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una
delle tante aree sepolcrali costruite in epoca etrusca
che cingevano tutt'intorno il masso tufaceo orvietano costituendo
un'unica necropoli ad anello quasi continuo. Tale zona è
oggi , purtroppo, l'unica fruibile
al visitatore, date le precarie e disagiate condizioni sia
dell'area tombale di Cannicella, sul versante meridionale
della rupe, sia delle due tombe denominate Golini I e II
dal suo scopritore e reperite in località Settecamini.
a
Necropoli del Crocifisso del tufo sorge sul lato nord-ovest
della città e deve il suo nome ad una croce incisa nel tufo
all'interno di una cappella rupestre. E' databile intorno
al VI sec. a.C., periodo di grande prosperità per l'antica
Velzna. I primi scavi, ad opera di L. Gualtiero,
risalgono all'inizio dell'800; in questa prima fase
gran parte dei corredi tombali furono asportati e trasferiti
nei più importanti musei europei.
a
allora gli interventi sono continuati, ma solo negli
anni '60 sono stati realizzati gli scavi più significativi
che hanno portato alla luce le tombe più antiche. Il risultato
di tutte queste ricerche è stata la scoperta di un'area
cimiteriale pianificata secondo un impianto ben preciso
che sembra ricalcare gli schemi regolari attuati nella fondazione
delle città: le tombe, allineate lungo stradine dritte,
parallele e perpendicolari tra loro, ricordano infatti i
quartieri residenziali urbani.
sse
non differiscono per forma e grandezza e rispondono a criteri
di regolarità ed uniformità che riflettono una forte
esigenza spirituale del popolo etrusco: l'uguaglianza.
Si ha così l'idea di una società relativamente omogenea
che non lascia spazio a sontuosi e dispendiosi monumenti
funebri. Rare sono dunque le eccezioni; si tratta di
tombe a due camere, oppure più piccole della media denominate
a"cassetta" e destinate alla sepoltura dei bambini, o ancora
isolate rispetto a quelle vicine o dotate di coronamenti
diversi.
uttavia,
nonostante queste anomalie, le famiglie etrusche costruiscono
la "città dei morti" all'insegna dell'uniformità edilizia.
Le tombe, circa una settantina quelle oggi visitabili, sono
piccole, a una camera, con pianta rettangolare, una lunghezza
di 3m. e una larghezza di 2, monofamiliari, secondo il "modello
orvietano".
e
pareti sono costituite da conci di tufo squadrati
e sovrapposti a secco, senza l'uso di malte; per al copertura
non sono stati utilizzati blocchi radiali (come nell'arco),
ma di taglio normale sporgenti sempre più dal basso in alto,
fino a formare un tetto a spioventi inclinati che attua
il principio della pseudo-volta.
no
strato di terra piatto e non di forma conica ricopriva il
sepolcro, individuabile grazie a segnacoli denominati
cippi, di forma variabile a seconda del sesso del defunto:
a tappo o cipolla per gli uomini, cilindrica per le donne.
Tre gradini, a cui corrispondono tre architravi disposti
a scala delimitanti l'ingresso, introducono nel piccolo
vano, il cui pavimento è di circa 60/70 cm. al di sotto
della strada. Una grossa lastra di pietra costituiva
la porta d'ingresso e ogni tomba era dotata di un rivestimento
esterno di quattro pareti isolanti che hanno poi conferito
alla camera la tipica forma a dado. Il cornicione consta
di tre elementi sovrapposti: dal basso verso l'alto una
sorta di uncino ricavato nei blocchi detto "becco di civetta";
una fila di blocchi dal profilo semicircolare , "toro",
e una lista liscia di conci regolari.
'architrave,
inserito nella fronte del "dado", presenta sempre un'epigrafe
che riporta il nome del defunto utilizzando la stessa formula
per ogni tomba: un pronome al nominativo, il prenome ed
il gentilizio al genitivo. Unica eccezione la tomba 29,
che reca sulla porta d'ingresso non il nome del defunto,
cancellato, ma la parola AISIAS (tabù-sacro), probabile
indicazione di una "damnatio memorie" o della sepoltura
di un sacerdote.
ccanto
a tradizionali nomi etruschi figurano anche alcuni di
origine latina, umbra, greca, indice questo di una società
aperta e in via di strutturazione. All'interno della stanza,
lungo le pareti, sono collocate una o due banchine di blocchi
e lastre di tufo destinate alla deposizione dei corpi o
delle ceneri dei defunti; ad Orvieto era infatti praticato
sia il rito dell'inumazione che quello dell'incinerazione.
rande
rilevanza aveva per gli Etruschi il culto dei morti,
con la credenza che il defunto conservasse una propria individualità
congiunta con le sue spoglie mortali; accanto al cadavere
era quindi collocato il corredo funerario costituito
sia da oggetti personali come fibule, specchi, lance,
testimonianza del sesso , stato sociale ed età del defunto,
sia da vasi di diversa forma e materiale (bronzo, terracotta,
bucchero), tipica espressione della ceramica etrusca oppure
di provenienza ellenica.
ella
tombe dei più abbienti è stato rinvenuto vasellame
riccamente decorato in uso durante i banchetti, manifestazione
cerimoniale del potere; chiara è qui l'allusione al banchetto
tenuto in onore del defunto, eternato oltre che dai vasi,
anche da resti di cibi destinati ad alimentare il morto
nell'aldilà.
La parte degli arredi funebri sono oggi conservati nel
Museo Civico Faina.
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